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Storia del Coltello Sardo
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Il coltello Guspinese e quello di Arbus pur essendo meno famosi e meno
diffusi di quello di Pattada hanno anche loro la loro identificazione
immediata dai paesi di provenienza, prodotti rispettivamente a Guspini e
ad Arbus, nella zona mineraria della Sardegna sud-occidentale.
Sa Guspinesa è un coltello a serramanico, che deve probabilmente la sua
fortuna non tanto alla sua forma quanto alla bontà della sua lama. Si
tratta di un coltello detto anche a spatola, cioè tronco di punta, il cui
manico monoblocco realizzato con il corno di montone è simile a quello
della corrina. La foggia attuale si distingue per la presenza dell’anello in
ottone alla base della lama.
Un comandante militare della Sardegna, generale Emanuele Pugliese,
ricorda che durante la prima guerra mondiale i Sardi portavano negli
assalti, all’insaputa dei comandanti, un’arma assai temuta: la guspinesa
(dal libro “I sardi nella Grande Guerra” – Alberto Monteverde)
Dal canto suo, parlando della ” brigata Sassari” nel libro Battesimo di
fuoco, l’iglesiente Sardus Fontana racconta. “Poiché riesce difficile il
maneggio della baionetta, entra in azione sa guspinesa, facendo un vero
sterminio, tanto che le truppe avversarie, demoralizzate e impaurite,
abbandonano la posizione….Forza Paris è il grido dei nostri fanti che
subito compatti si lanciano con impeto travolgente: buttano il fucile per
brandire sa guspinesa con la quale nel corpo a corpo diventano
impareggiabili gladiatori”.

Coltello sardo: guspinesa
Coltelli guspinesi

Si è detto dell’importanza e della bontà della lama: non per niente
Guspini è da antica data un importante centro minerario e quindi di
produzione metallurgica, che ha conosciuto una forte presenza di
maestranze forestiere che hanno portato in questa zona raffinate tecniche
di lavorazione dell’acciaio già conosciute e sperimentate altrove.
Il coltello di Guspini ha una strana forma di lama di coltello, non certo
adatta per le incombenze pastorali, ma piuttosto indicata per quelle di
lavoro artigianale ed in particolare per la lavorazione del sughero, anche
se questa tipologia di lama deve il suo aspetto alle limitazioni e alle
restrizioni imposte dalle varie leggi . E’ nel villaggio minerario di
Gonnosfanadiga che si ha una delle prime notizie della vera guspinesa.
In effetti questo strano coltello “a spatola” era il coltello destinato
soprattutto ai minatori, i quali durante le pause del desinare lo
utilizzavano non solo come utensile da taglio, ma anche come cucchiaio
o comunque come posata per portare il cibo alla bocca.
Non bisogna infine dimenticare il fatto che il minatore, costretto a stare e
persino a mangiare in un ambiente piuttosto buio, avrebbe rischiato di
farsi del male utilizzando un normale coltello munito di punta.

Coltelli di Arbus
Diversa notorietà ha avuto nel tempo il coltello di Arbus detto
“Arburesa”. Come per il suo cugino di Guspini, la sua lama è costituita di
ottimo acciaio resistente e flessibile, capace di sopportare a lungo un
buon filo di taglio.
La sua forma però è completamente diversa da quella precedente, ed ha
avuto una più capillare diffusione nel territorio essendosi dimostrato
ottimo strumento sia per il pastore che per le attività venatorie.
La lama del coltello di Arbus è forgiata a forma di “foglia larga”, anzi si
può definire panciuta: ricorda molto la forma del coltello detto a foggia
antica e risulta strumento ideale per scuoiare animali o comunque nella
pratica venatoria.
Coltello sardo: arburesa
Coltello sardo: guspinesa
Coltelli di Arbus


Modello “foggia antica”

Coltello sardo: guspinesa
Modelli “foggia antica”

Anche l’Arburesa è un coltello a serramanico; la sua impugnatura è
spesso sagomata in corno caprino e non presenta anima in metallo
essendo realizzato da un monoblocco; ha forma arcuata che segue la linea
della forma del filo della lama . A parte la sua utilità , non presenta
particolari estetici di rilievo, anzi nella sua semplicità non lo si può
definire un coltello molto elegante, anche se nei modelli di recente fattura
è stato arrichito di due anelli in ottone, posizionati rispettivamente, nello
snodo del perno della lama e nel tallone del coltello.
 


Coltello sardo: storia
Coltello gallurese

E’ un coltello molto simile a quello di Guspini presenta una punta
mozzata, dovuta in parte, alle restrizioni legislative e in parte ai materiali
utilizzati, infatti si utilizzava come materiale per la costruzione della
lama acciaio di “risulta” soprattutto spezzoni di lame più grandi utilizzate
per la raccolta del sughero di Calangianus e di Tempio. Presenta come
caratteristica differenziante dalla Guspinesa una costruzione differente
del manico che anziché essere monoblocco è costituito da due placche di
corno ,generalmente montone, fissate ad un arco metallico tramite perni
passanti.
Anticamente, quando non si utilizzava ancora il sistema di scomparsa
della lama nel manico, si utilizzava una lametta sprovvista di manico che
dopo l’uso veniva riposta semplicemente all’interno di un pezzo di canna
tappato alle estremità con due tappi di sughero.
Talvolta trovava spazio dentro il tubo di canna, anche una punta più
acuminata detta “lancitta o lanzitta”: era un vero e proprio bisturi forgiato
in acciaio, molto sottile, capace di recidere un solo vaso sanguigno senza
per questo procurare gravi ferite all’animale.
Questa lama serviva soprattutto per fare il salasso, recidere i bubboni
nella pelle delle bestie e asportare le spine che facilmente si conficcavano
nelle zampe degli animali. La lametta “Gadduresa” o “Tempiesa” veniva
utilizzata per la castrazione di montoni , caproni e suini , anche se era già
presente un coltello a serramanico con lama appuntita chiamato
“Rasoghja punziuta”.
Fra le lame d’uso chirurgico del pastore, era particolare soprattutto per il
suo impiego, quella detta “ferru ruju” ferro rovente. Si tratta di uno
strumento bilame, quasi una piccola scure, formato da un rettangolo in
ferro di circa 10 centimetri di lunghezza e larghezza variante tra gli 8 e i
6 centimetri, simile ad un coltello a spigolo con due pianelle laterali che
finiscono con il filo tagliante.
E’ una lama molto robusta: nello spigolo misura circa 2 centimetri e
questo per consentirle di rimanere rovente per tutto il tempo
dell’intervento chirurgico. È corredata di un manico di ferro che finisce
alla base con un legno forato. La sua utilizzazione specifica è
nell’esportazione di parti anatomiche dell’animale da curare e soprattutto
nell’asportazione di una o ambedue le mammelle colpite da malattia.
Dopo aver messo sul fuoco la lama, fino a farla diventare rovente, aver
immobilizzato l’animale da operare e stretta tra due legni la mammella si
procede alla sua asportazione tagliando e contemporaneamente
bruciando, cioè cauterizzando i vasi sanguigni per evitare una eventuale
emorragia.

Coltello sardo: storia
Resolza di Pattada

L’autentica resolza nasce a Pattada, un piccolo centro, in provincia di
Sassari, ma per molti è semplicemente un coltello.
L’identificazione tra il luogo di origine e l’oggetto è ormai tanto radicata
che, specialmente fuori dalla Sardegna, è diventato di uso comune dire
“Pattada” per indicare quel coltello che in loco si chiama invece “sa
resolza”. Dire che la “Pattadese” ha una storia che si perde nella notte dei
tempi è senza dubbio un’esagerazione: la “resolza” nella forma che oggi
conosciamo non è poi così antica e, anche se non abbondano le notizie
del tutto certe sulla sua evoluzione, se ne può ragionevolmente collocare
la nascita tra la fine dell’ottocento e l’inizio del novecento.
Volendone ricercare gli antenati possiamo individuare da un lato un più
antico coltello a lama fissa in uso tra i pastori del luogo e denominato “sa
còrrina”, dall’altro il rasoio da barba da cui è derivato il nome. Sa còrrina
significa “il corno” che, di montone, di capra o di muflone, fungeva da
manico.

Coltello sardo: resolzas
Resolzas di Pattada
 

Coltello sardo: resolzas
In questo caso lo stile personale dell’artigiano si manifesta anche nel taglio
obliquo del manico e nella particolare lavorazione della sua estremità superiore.



Vi veniva infissa una lama la cui forma, secondo alcune testimonianze,
sarebbe stata già abbastanza simile a quella della “resolza”.
Uno strumento dunque decisamente rustico e realizzabile con una tecnica
abbastanza semplice, che poteva essere rapidamente approntato da uno
dei vari fabbri del paese ai quali ci si rivolgeva per tutti quegli utensili e
manufatti necessari all’economia agropastorale della zona.Il passaggio a
una forma pieghevole poneva senza dubbio qualche problema tecnico in
più, a fronte però di evidenti vantaggi dal punto di vista della portabilità,
essenziale per un attrezzo a cui si faceva ricorso così spesso, per le tante
necessità quotidiane, da considerarlo un compagno inseparabile.
Poiché il primo strumento da taglio ad avere struttura pieghevole (e per
vari secoli anche l’unico o almeno il più diffuso) è stato il rasoio, è a
questo che fa riferimento il nome della resolza (da “rasoria”),
evidentemente per sottolineare la caratteristica che più vistosamente la
differenza dal precedente tipo a lama fissa. L’impiego di un termine che
si rifà al rasoio per indicare un coltello pieghevole non costituisce affatto
una novità: basti ricordare la “navaja” spagnola il cui nome indicava in
origine il rasoio da barbiere. Come primi artefici della resolza si fanno i
nomi dei fratelli “Mimmia” e”Giuanne” “Bellu”, due fabbri di Pattada
che nella seconda metà dell’ottocento avrebbero dato vita a questo coltello.
Si trattava però di un tipo col manico in un solo pezzo di corno e privo
della fascetta, che “Giuanne Bellu” produceva ancora agli inizi del
Novecento Pare invece che la struttura che oggi consideriamo tipica, cioè
col manico in due pezzi tra i quali è interposto un elemento di ferro detto
“arco”, sia stata introdotta da “Zintu Canale Mannu”, da non confondere
col nipote “Zintu Canale Minore” (1887-1976) al quale viene invece
attribuito il merito di avere perfezionato la “resolza” fabbricando
esemplari di grande bellezza.
Nei primi decenni del secolo vari artefici producevano ormai questo
coltello: se ne ritrovano i marchi su vecchi esemplari, alcuni dei quali
databili (almeno come epoca d’uso) perché sequestrati nel 1920 durante
la campagna di repressione del banditismo e ora conservati nel Museo
storico dell’Arma dei Carabinieri. Questi coltelli, pur strut turalmente
uguali a quelli attuali, hanno generalmente una forma più allungata,
manico più affusolato con guance arrotondate prive dello spigolo
mediano e lama di disegno un po’ diverso.

Coltello sardo: coltelli di Pattada
Tre vecchi coltelli di Pattada conservati nel Museo Storico dell’Arma dei
Carabinieri. Si tratta di esemplari sequestrati nel 1920 durante la campagna di
repressione del banditismo sardo e, aperti, hanno tutti misure di poco inferiori ai
quaranta centimetri



Il coltello di Pattada deve la sua fama alla nervosa bellezza della sua
linea da purosangue, ma anche alla sua particolare struttura che non trova
riscontro in nessun altro coltello Italiano e che a buon diritto può essere
considerata una vera e propria invenzione , tanto pratica e funzionale da
consentirgli di imporsi rispetto ad altri tipi di coltelli pieghevoli che già
esistevano sull’isola, fino a divenire il coltello sardo per eccellenza.
L’innovazione decisiva fu realizzata quando si cominciò a fabbricare il
manico non da un pezzo di corno, più soggetto a deformarsi ostacolando
la chiusura della lama o rendendone instabile l’assetto in apertura, ma da
due metà separate, solidamente fissate su un elemento metallico
interposto (l’arco) che svolge varie funzioni e che a prima vista potrebbe
essere scambiato per una molla, della quale occupa la stessa posizione
mediana. L’assenza della molla trova spiegazione sia nell’adesione a una
pratica diffusa (in Sardegna quasi tutti i coltelli tradizionali ne sono
privi), sia nella volontà di incrementare la robustezza senza tuttavia
ricorrere alle piastre metalliche interne, che avrebbero reso il coltello più
pesante e più costoso.

Coltello sardo: storia
Coltelli di foggia Pattadese



La resolza di Pattada ha una struttura del manico decisamente inusuale. Parti che
compongono il coltello: a) lama; b) fascetta; c) arco; d) guance; e) ribattini; f)
perno.


L’arco in ferro, a differenza di una molla, può essere fissato rigidamente
per tutta la sua lunghezza con una serie di ribattini passanti, rendendo
così particolarmente forte e indeformabile il manico senza aumentarne di
molto il peso.
Allo stesso tempo permette di ottenere uno spazio molto preciso per
l’alloggiamento della lama, senza quei difetti e quelle irregolarità che
talvolta si verificano quando si pratica l’intaglio in un manico
monoblocco.
L’arco diminuisce gradualmente di spessore verso il basso, la parte del
codino del coltello, dove và a alloggiarsi la parte più sottile della lama.
Inoltre la sua estremità superiore, che prosegue anche sotto l’anello, o
fascetta, offre un appoggio assai più stabile per la lama in posizione di
apertura, anche dopo un lungo uso, di quello che si otterrebbe mediante il
contrasto contro il bordo di una normale ghiera.
Se il coltello è ben fatto, la lama si apre con un movimento morbido e
regolare, per poi stare ben salda durante l’uso per il solo effetto di un
attrito sapientemente dosato, attraverso la pressione esercitata con la
ribattitura del perno che permette alla lama di basculare.

Il Damasco.
Un capitolo a parte spetta ad un altro materiale, il damasco: utilizzato per
la produzione delle lame del coltello sardo; materiale antico che veniva
usato in passato per costruire spade e coltelli anche in Sardegna, è stato
“riscoperto” e riutilizzato in modo magistrale diffondendosi poi
nell’utilizzo anche in altre parti dell’Isola.

Coltello sardo: damasco

La storia del damasco è senza dubbio vecchia come quella del ferro. In effetti nel medioevo la fusione del minerale si effettuava in “bassiforni”
nei quali si produceva un metallo eterogeneo costituito da ferro dolce,
acciaio con percentuale di carbonio variabile ed eventualmente ghisa.
All’epoca l’unico sistema per raffinare il metallo consisteva nel
martellare a lungo la barra di metallo porosa (loupe) uscita dalla fusione
in modo da eliminare le impurità e le scorie contenute mediante ripetuti
cicli di laminazione, piegatura e saldatura. Tale lavorazione consentiva
di ottenere direttamente un damasco laminato costituito da centinaia di
strati di metallo.

Coltello sardo: damasco


Con il tempo i fabbri hanno scoperto le due qualità fondamentali del
damasco:
- dopo essere stato levigato e lucidato reagisce all’acido
producendo un bell’effetto di marezzatura, che corrisponde alla
struttura del metallo; più gli strati di ferro ed acciaio sono eterogenei, più il damasco è
resistente.
In Europa il ritrovamento di un testo scritto ( di cui purtroppo non si
hanno altre notizie) in un luogo imprecisato dell’ex Germania dell’est,
più di quindici secoli fa, dimostra come l’uomo sia affascinato dal
damasco da tempo immemorabile; esso riporta una descrizione del
damasco dell’epoca:
“Come dimostrazione d’amicizia ci avete dato delle lunghe spade capaci
di trapassare perfino le armature, più preziose per il lavoro del ferro che
per l’oro che contengono. Esse sono così lucide e brillanti da riflettere
fedelmente il viso che le contempla.

Coltello sardo: damasco

I loro bordi, perfettamente affilati,
sono così dritti e regolari che li si crederebbe fusi al fuoco della forgia
piuttosto che creati alla lima da una mano sapiente, le parti mediane sono
solcate da eleganti canali da cui si dipartono innumerevoli striature in un
gioco d’ombre variegate che fanno pensare ad un intreccio tra il metallo
chiaro e altri elementi di vari colori…”
.In Europa il damasco si produceva ad opera dei Celti, tra il VI° e il V°
secolo A.C., essi producevano un damasco laminato, ma le realizzazioni
più belle, in occidente sono del III° secolo D.C. con il damasco ritorto
delle spade delle invasioni germaniche. Verso il XII° secolo il damasco
sparisce per ricomparire nel secolo XVIII°, periodo particolarmente
fecondo durante il quale sono state inventate tutte le tecniche adottate
ancora oggi dai coltellinai.

  Coltello sardo: damasco
In oriente, dopo aver a lungo utilizzato un damasco importato dai
Franchi, gli Arabi, intorno all’XI° secolo, cominciarono a servirsi di un
damasco specifico. Prodotto in India, tale metallo, realizzato per
cristallizzazione, era un vero “damasco”. La tecnica utilizzata cade in
disuso nel corso del secolo XIX° e da allora non è mai più stata
utilizzata, il procedimento per ricavare il nuovo me tallo consisteva nel
praticare un profondo buco nel terreno, le cui pareti venivano rivestite di
terra refrattaria, in modo da formare un piccolo forno. Lo si riempiva di
minerale contenente ferro, ben lavato e ridotto in piccoli pezzi, con una
grande quantità di legna da ardere.
Con terra refrattaria si copriva il pozzo lasciando una apertura
precedentemente praticata nel fondo del pozzo. Recuperato il blocco,
veniva battuto con magli rudimentali e in un secondo momento veniva
agglomerato a questo metallo del minerale proveniente da meteorite,
considerato presso molti popoli dell’epoca sacro. L’aspetto esoterico
legato al fascino ed alle alte proprietà di questo materiale contribuivano
alla creazione di un damasco con ottime qualità.
In estremo Oriente, soprattutto in Giappone, la tecnica per produrre il
damasco, probabilmente derivata da procedimenti di origine Persiana
provenienti dalla Cina, si sviluppa intorno al VI° secolo A.C.; il risultato
è un damasco splendido, un laminato comprendente da 15 a 30.000 strati
appena percettibili ad occhio nudo. Nella fabbricazione delle katane “
famose spade Giapponesi” vengono impiegati due tipi di damasco. La parte piatta della lama può essere forgiata sia parallelamente, agli strati
sovrapposti di metallo (Itame), sia trasversalmente ( Masame).
Il damasco tuttavia è un elemento esteriore secondario nella spada
giapponese il cui pregio estetico principale deriva essenzialmente dalla
linea di tempra ( tecnica di tempra e lucidatura selettiva).
In generale possiamo dire che è un materiale, che in Sardegna si presenta
con certezza nel 1157, con i Templari. Da allora, per alcuni anni venne
utilizzato, per poi essere abbandonato e riscoperto in seguito
all’interessamento di artigiani particolarmente bravi e valenti. È tuttora
utilizzato per via delle sue caratteristiche, estetiche e fisico-tecnologiche
veramente elevate, il damasco, sia di cristallizzazione, sia di torsione o
laminatura, consente di ottenere dei taglienti magnifici in quanto è
formato da particolari di durezza differente che impediscono al metallo di
scheggiarsi e danno vita ad un filo molto tagliente dotato di una
microscopica struttura seghettata.

Budoni: rassegna COltello sardo d'autore

NOTA:
I testi pubblicati in questa pagina fanno parte della tesi di Laurea dell'autore e di pubblicazioni e fotografie di coltellinai Sardi.Tutto il materiale è coperto da copyright e la copia, la riproduzione e la pubblicazione totale o parziale senza autorizzazione scritta, saranno perseguite ai termini di legge.

 


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